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A Samugheo riaprono dopo quasi un mese le scuole


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Paese

Dati Generali
Il paese di Paulilatino
Paulilatino è un Comune della provincia di Oristano. È situato a 280 metri sul livello del mare. Conta 2457 abitanti. Fa parte della XIV Comunità Montana “Montiferru?. Dista 30 km da Oristano. Paulilatino prende il suo nome da una antica palude prosciugata nel 1827, prima opera di bonifica attuata in Sardegna. Il nome significa letteralmente Palude lattiginosa. La prima citazione del nome appare in un documento del 1342.
Il territorio di Paulilatino
Altitudine: 42/376 m
Superficie: 103,8 Kmq
Popolazione: 2517
Maschi: 1253 - Femmine: 1264
Numero di famiglie: 891
Densità di abitanti: 24,25 per Kmq
Farmacia: via Mariano, 1 - tel. 0785 55532
Guardia medica: Ghilarza (OR) - tel. 0785 52537
Carabinieri: Ripiegata presso Stazione CC Abbasanta - tel. 0785 54669
Polizia municipale: viale Della Libertà, 1 - tel. 0785 55686

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Storia

PAULI LÀTINO [Paulilatino], e volgarmente Paulelatte, villaggio della Sardegna nella provincia di Busachi e nel mandamento di Guilarza della prefettura di Oristano. Era compresa nel Gulcieri (Parte-Cieri) antico dipartimento del regno di Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 4' 30", e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 16'.

È situato nella parte meridionale del gran pianoro de’ Menomeni, dove questo in molte sue parti sprofondò formando alcuni grandi valloni.

Tutti i venti vi scorrono liberi. Se non che sorge, sebbene a distanza di circa 7 miglia, impedimento al ponente-maestro la mole della montagna di s. Lussurgiu.

Tanta prossimità di questa eminenza fa che sieno frequenti le pioggie, ma è raro che le procelle che si adunano sopra la medesima versino sulla terra paulese la grandine e la elettricità. La nebbia è parimente rara e sempre senza effetto maligno.

La neve non è prodotto di tutti gli inverni e non resta molto a disciogliersi.

L’aria non può dirsi con verità sia impura di miasmi nel luogo abitato, e quelli che nella stagione del-l’intemperie prendono le febbri le acquistano altrove, anche nelle prossime valli. Soventi le malattie che si attribuiscono alla malaria sono cagionate dalla temperatura troppo variabile, in quei grandi salti che vedonsi nel termometro per la influenza di vari venti, questi caldi, quelli freddi; ed è ciò così vero che se tutti fossero beni difesi contro le repentine variazioni sarebbero rarissimi coloro che avrebbero a patire alcuna alterazione nella sanità.

Territorio. La superficie del paulese si può computare di circa 36 miglia quadrate. Il paese è più prossimo al confine settentrionale, che al meridionale.

Abbiam notato il villaggio sito sopra un pianoro, e però non si possono indicare tali eminenze che meritino il nome di montagna o di collina, chè tali non si possono dire i piccoli poggi che qua e là si elevano, quello eccettuato che dicono di Garonna, e sorge a ponente del paese a distanza di poco più d’un miglio sulla valle del Bubulica.

L’accennato sprofondamento di alcune parti di questa regione fu causa che esistesse questa valle con la prossima e un’altra che è maggior di tutte.

Siffatti avvallamenti fanno che si abbiano due piccoli altipiani, uno quello che comincia da Bauladu nella direzione a greco ed è lungo circa cinque miglia, con poca larghezza nel suo dorso piano, la quale dove è maggiore non supera il mezzo miglio; l’altro che comincia a poco più d’un miglio al mezzogiorno del paese e prolungasi in quella direzione per quattro miglia sino al Tirso con larghezza d’un miglio per circa i suoi tre quarti.

La roccia che trovasi in questo territorio, come in tutto il gran pianoro, è di origine ignea, proveniente da una immensa lava che colò dal cratere del vulcano di s. Lussurgiu.

Non manca però anche il calcareo.

Acque. I salti di Pauli hanno molte fonti e sono irrigati da alcuni rivoli, alcuni de’ quali sono perenni.

Il primo fra questi è quello di Settefonti, che i paulesi nominan Riu de planu, il quale nasce in territorio di s. Lussurgiu nel salto di s. Leonardo e nel luogo detto Settefonti, a più di sette miglia di distanza sotto il maestrale, traversa la tanca regia, irriga alcuni salti di Abbasanta e di Guilarza, passa per questo territorio, e scorre la gran valle, che in principio è curvata come una falce, poi diritta come potrebbe essere il manico della medesima, e dopo sedici miglia di corso si versa nel Tirso.

Su questo rivo a distanza di due miglia dal paese, verso il suo ostro-ostro-sirocco, è un ponte.

Il secondo è il rio Bubulica nato parimente in territorio di s. Lussurgiu da una fonte dello stesso nome, e appellato da’ paulesi Riu de sos molinos. Esso dopo quattro miglia di corso entra nella valle di Pauli e scorre nella medesima per 5 miglia sotto il margine della gran strada reale alla sua sinistra, dove, perchè mettea in movimento alcune macine, fu da questi terrazzani appellato in quel modo.

Prima di uscire da questa angusta valle cresce il Bubulica di altri due rivoli procedenti dallo stesso territorio di s. Lussurgiu, il primo che passa presso s. Cristina, e ha un corso di circa 5 miglia; il secondo di corso poco più lungo che ha sue origini a piè del monte che è a levante del paese di s. Lussurgiu: uscito poi riceve una corrente maggiore delle due suddette, la quale proviene dalle fonti a levante del detto paese, a distanza di poco men d’un miglio.

La riunione di tutte queste acque forma il rio di Bauladu o Tramatza, il quale traversa la regione settentrionale del piano arborese, e il campidano di Milis, e accresciuto di altre acque lussurgiesi si versa nel più intimo seno dello stagno di Cabras.

In questi rivoli è copia di anguille e trote, e in quello di Bauladu numerosissime le prime, che molto son care ai ghiottoni e si prendono con la lesina.

Da’ medesimi si deducono molti canali per la irrigazione degli orti, piantati principalmente a meliga, e molto giovano alla vegetazione. Ma l’esempio di questi agricoltori e di altri di poche altre regioni non ha fatto ancora che usassero del beneficio della natura quelli che possono usarne senza il consiglio degli idraulici.

Paludi. Come in altre parti del detto pianoro, così in queste di Pauli, le pioggie autunnali e invernali formano molti laghetti, alcuni de’ quali non svaniscono che tardi per l’evaporazione.

Maggior degli altri era però il bacino della palude, che diede il nome al paese, perchè fu questo fondato sul margine del seno, in cui esso si trova a sirocco a piccola distanza.

La sua lunghezza era di circa 4/6 di miglio, la larghezza di 1/6, e la superficie di circa 300 starelli.

Una persona intelligente vide che per mezzo d’un canale poteva questa palude senza gran spesa prosciugarsi, e sparve subito la palude uscendo le sue prime acque per larga gora.

Questa è stata la prima di simili opere eseguite in Sardegna, e fu effettuata nel 1827 con vantaggio del-l’agricoltura che acquistò la detta superficie, e con vantaggio della salubrità del clima.

Vegetabili. Ne’ salti di Pauli trovansi le tre specie ghiandifere, quercie, lecci e soveri, ma in nessuna parte sono essi riuniti in boschi; il che prova le barbarie pastorale dei passati tempi che devastò i boschi e ne lasciò i monumenti in alcuni rari ceppi che risparmiò.

Selvaggiume. I selvatici che vivono in questo territorio sono cinghiali, daini, lepri e volpi.

Delle varie specie degli uccelli ricercati da’ cacciatori la più abbondante è quella delle pernici, non essendo che ben di rado diminuita di alcuni capi nella nessuna inclinazione de’ paulesi alla caccia.

Nelle paludette invernali, che abbiamo notato galleggiano molti uccelli acquatici, de’ quali però si prendono alcuni, forse perchè n’è più comoda la caccia.

Popolazione. Dalle più recenti note sul numero degli abitanti di Pauli deducesi il numero totale di anime 2633, distinte in maggiori d’anni 20 maschi 790, femmine 804, minori maschi 510, femmine 529, distribuite in famiglie 646.

I numeri medi del movimento sono nascite 106, morti 50, matrimoni 25. Se per circostanze infelici non si cangino queste proporzioni la popolazione di Pauli sarà presto raddoppiata.

L’ordinario corso della vita è a’ 60, oltre il quale termine non pochi procedono gli 80 e alcuni oltre i

90. La mortalità qui pure è, come in altre parti, più frequente nella prima età, che nelle altre, ma in proporzione meno che in altri paesi, perchè molto minore il numero delle famiglie che vivono in disagio.

I paulesi sono un popolo buono, quieto, laborioso, e un po’ industre, e mentre in altri tempi aveano riputazione di babbaccioni e persone poco accorte ora si mostrano tutt’altri e fanno i loro affari forse meglio di altri, sì che si può ragionevolmente presumere che in breve Pauli sia per diventare un luogo considerevole.

Professioni. Per difetto di particolari notizie non si può proporre il vero numero di quelli che sono applicati all’agricoltura, ed alla pastorizia, perchè è una rara fortuna trovare una persona che voglia far le ricerche necessarie; ma non saranno molto lontane dal vero le seguenti cifre, di agricoltori 620 e di pastori 425.

Ne’ mestieri de’ muratori, ferrari, falegnami, scarpari ecc. faticano forse 70 persone.

Proprietari. Approssimativamente i cinque sesti de’ capi di famiglia han qualche bene e possedono in terra o in bestiame. Generalmente le fortune sono mediocri e pochissimi quelli che manchino de’ mezzi di sussistenza.

Scuole. Vi è aperta la sola scuola elementare, alla quale possono concorrere circa 45 fanciulli, ma con pochissimo profitto, perchè di quelli che han fatto il triennio di corso son rarissimi che sappian scrivere con qualche facilità.

Per le figlie qui pure è nessuna istruzione.

Agricoltura. Nell’agro di Pauli sono molte parti assai fertili, e idonee a’ vari generi di coltura, a quella de’ cereali, delle specie ortensi, delle viti, e degli altri fruttiferi.

Nella notata superficie, che equivale a starelli 32,834 la parte coltivata si può definire in un quinto e ventitre centesimi, cioè in starelli 6270, de’ quali 650 per vigne e fruttiferi, 100 per orti, e 5520 per l’alternanza delle vidazzoni.

Gli ordinari numeri della seminagione sono star. di grano 1800, d’orzo 700, di legumi 60, di lino 200, e in annata ordinaria può rendere il grano il 10, l’orzo il 12, i legumi il 10, il lino 2000 e più quintali di buon lino.

La vigna si coltiva come nel campidano, la vite vegeta prosperamente, la vendemmia è abbondante e la quantità del mosto prossima alle centomila quarta-re, o litri 500,000, una parte del quale si consuma nel paese, un’altra si brucia per acquavite, il restante vendesi a’ lussurgiesi.

L’uva che dà questo mosto è il solo muristello, le altre sorta si mangiano e quel che sopravanza si appassisce o si conserva all’inverno.

Gli altri fruttiferi non sono in gran numero, perchè tutte le diverse specie e varietà forse non sommano a 5000 ceppi. Le specie più moltiplicate sono i peri, i pomi, che fanno la metà della somma; i susini, i castagni, i ciriegi, gli albicocchi, i fichi, i noci, i mandorli, e altre specie, fanno l’altra metà.

Orticultura. Nella terra che irrigasi si coltivano cavoli, rape, cipolle, carcioffi, pomidoro, zucche, la meliga ecc.

Quest’ultima specie occuperà circa 40 starelli di terra.

La coltura delle fave, negletta in altri tempi, or si va distendendo.

Terre chiuse. L’area territoriale chiusa si stima essere poco meno di starelli 20,000, cioè quasi due terzi di tutta la superficie. Ma generalmente le cinte de’ predi de’ paulesi non sono mura a secco, come si fanno in altre parti, di giusto spessore, solidamente costrutte, e da non potersi distruggere senza gran fatica; bensì una particolare costruzione, perchè a una fila di pietre se ne sovrappone un’altra, a questa una terza e così via via, come se fossero mattoni, restando tra le pietre rozze molti vacui, per cui possono passare le volpi e le lepri: le quali cinte però sono di poca resistenza che può un maligno rovesciarle in un quarto d’ora per una linea di cento metri, e accade pure le rovesci un toro che vi si appoggi per grattarsi, e il vento stesso quando soffi con qualche forza. Nello stesso modo cingono i loro predi altri guilceresi.

In questi chiusi si semina e si introduce a pascolo il bestiame, come comunemente si usa fare ne’ prati che diconsi tanche.

L’arte agraria era in altri tempi poco curata in paragone della pastorizia, occupazione diletta a persone poco amanti della fatica e molto della vita libera: poi la mala opinione cesse alla ragione, anzi all’interesse, perchè si vide il lucro degli agricoltori superiore a quello che ottenevasi dalla educazione del bestiame, e i capitali più sicuri nell’agricoltura, che nella pastorizia.

Ma se i lavori agrari si sono estesi l’arte non si è notevolmente migliorata, e il colono ha una ristretta cognizione di ciò che dovrebbe sapere per operare con felice successo, non esce mai dall’antico cerchio, e ci vuol gran tempo perchè adotti una nuova cultura, o una molto premente necessità. Esso non prese a coltivar la meliga se non per avere un supplemento alla deficienza delle messi, per non morir di fame, e vide fin a questi tempi senza invidia i bei mucchi delle fave che raccoglievano i campidanesi: esso vede ancora il vantaggio che hanno altri dalla cultura delle patate, dalla cultura de’ gelsi, e non lo desidera; ha delle terre, dove gli agrumi prospererebbero così come nelle vicine terre di Milis, e non si cura di piantarne; osserva il bello e copioso frutto che producono gli olivi, sa quanto i bosani e i prossimi cuglieritani guadagnino dall’olio, e non pensa ad accrescere il numero di quegli alberi preziosi. I paulesi, come tanti e tanti altri, vorrebbero essere illuminati ed eccitati: illuminati sopra l’arte, illuminati sul loro interesse. La parola autorevole d’un saggio molto gioverebbe perchè molti vedessero il loro vantaggio, e slargassero il fondamento della loro fortuna, ora ristretto sopra pochi articoli agrari e più pochi pastorali; e molto gioverebbe a far meglio conoscer l’arte agraria se alcuni giovani si mandassero a studiare e praticar l’agricoltura, dove si può imparare la teoria e la pratica. Questo secondo punto è di somma importanza, perchè quelli ritornando nel paese potrebbero essere maestri agli altri, e promuovere l’arte e portarla a quel punto, in cui sorse in luoghi più culti. Altrove ho detto che alle spese necessarie per quei giovani si potrebbe supplire con una soscrizione, invitando tutte le persone benestanti a concorrere volontariamente a quest’opera d’immenso vantaggio, e qui ripeto lo stesso, perchè anche in un piccol paese sono persone che senza loro incomodo possono contribuire. Forse no? Dunque si troveranno persone che si lascino quotizzare o contribuiscano per comprare dei preziosi palii, premio a’ cavalli che corran più veloci per trattenimento d’una folla festeggiante, ed esse mancheranno per mantenere in una scuola pratica di agricoltura alcuni giovani, da’ quali potrà poi venire tanto incremento all’agricoltura?

E quando in sul tema importante del modo con cui si potrebbero migliorare le condizioni d’un paese, dirò che molto sarebbero benemeriti quelli fra’ benestanti i quali contribuissero perchè una o due fanciulle del paese si mandassero in qualche stabilimento di educazione, dove imparassero bene i lavori del setificio, della tessitura e le altre opere femminili per poter fare poi da maestre del paese. Sarebbero qui a dirsi altre cose, ma basteranno queste due sole, che nello stato attuale sono le più necessarie.

Pastorizia. I salti paulesi sono in molte parti abbondanti di pascolo per le varie specie, e sole le vacche sogliono emigrare scendendo ogni anno in sul finire dell’estate a’ pascoli di Tramatza, Massama, Siamaggiore, e Ceddiani.

I capi che si educano sono approssimativamente come nei numeri seguenti:

Nel bestiame manso, buoi per l’agricoltura 750, cavalli e cavalle 200, giumenti 650;

Nel bestiame rude, vacche 8000, pecore 7000, capre 2500, porci 1000, cavalle 600.

Pascolano per una parte dell’anno ne’ chiusi e nelle tanche, per l’altra parte ne’ terreni aperti.

Non v’ha chi abbia alcuna cognizione della veterinaria e le povere bestie patiscono senz’alcuna cura nelle loro malattie, e muojono pure per quei morbi che l’arte avrebbe saputo vincere.

Spesso i pastori debbonsi dolere vedendo languire e succumbere molti capi di pregio, e accade pure talvolta che in pochi giorni vedansi ridotti alla povertà per l’annientamento de’ più grossi branchi. I morbi contagiosi, le acque avvelenate de’ fiumi, i pascoli mancanti, e il mal governo del pastore, fanno che il bestiame rare volte giunga al numero che il pastore crede potere facilmente nutrire.

La manipolazione del latte è parimente poco conforme alle regole dell’arte; però da un latte ottimo non si ottiene, che un formaggio di mediocrissima bontà; e tale sarà il prodotto finchè i manipolatori non imparino bene quello che non sanno.

Ho notato alcuni rivoli perenni, e dico adesso che molto sarebbe facile a’ pastori paulesi di formar de’ prati irrigui e aver fieno per il nutrimento delle vacche ne’ tempi che i pascoli sono scarsi. La valle dove scorre il rio de’ Settefonti quanto potrebbe produrre in tutta la sua lunghezza? Quanto quella del Bubulica e le altre, nelle quali scendono le acque delle terre prossime a s. Lussurgiu? Ma forse scorreranno molti anni prima che siano ordinate le cose sarde come desidera chi vuole sinceramente il vantaggio di quei popoli, rimasti tanti secoli nelle tenebre del letargo.

Commercio. I paulesi vendono principalmente grano e vino, il superfluo de’ prodotti agrari, e i frutti pastorali, capi vivi, formaggio, pelli, ecc. Vendono altri articoli minori, tele, panno forese, e possono avere un prezzo complessivo di circa l. n. 100,000.

Questo paese trovasi quasi a metà della gran strada reale da Cagliari a Portotorre, e pare destinato a diventare un punto importante per il commercio, dove raccoglieranno le derrate de’ prossimi dipartimenti del Marghine, Gulcieri, Goceano, Barigadu e delle Barbagie, e si formeranno dei depositi di merci straniere; nè il giorno è lontano, se l’andamento delle cose non si torce, quando Pauli sorga a maggior grado, e acquisti l’importanza d’una città...

Religione. Come tutti gli altri paesi del Gulcieri e come quelli del Barigadu, Pauli era nella diocesi di Fortrajano (Fordongianos), denominata da s. Giusta, da che il vescovo della medesima per esser prossimo al re d’Arborea e pronto a’ consigli, pose sua sede in quella chiesa con sofisma contro i sacri canoni; poi fu compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Oristano.

Presiede alle cose religiose un parroco con la qualifica di rettore, ed è nella cura delle anime assistito da cinque sacerdoti.

La chiesa parrocchiale di antica architettura a tre navate ha per titolare s. Teodoro martire. Essa è decentemente arredata, servita con la diligenza, che si conviene, ed è da lodarsi lo zelo con cui si insegna al popolo il vangelo, e a’ fanciulli la credenza cattolica e le regole della morale.

Le chiese minori, ed oratori, sono quattro, una dedicata alla B. V. d’Itria, la seconda a s. Maria Maddalena, la terza alle Anime del Purgatorio, la quarta a

s. Sebastiano, cappella votiva stata eretta dopo l’ultima pestilenza del 1551-54.

Camposanto. Qui il paroco ha creduto suo dovere di fare quello che saggiamente era prescritto dal governo, quando fu comandato che i cadaveri fossero inumati fuori dell’abitato in un campo benedetto, e nessuno si è opposto, nessuno ha contraddetto all’erezione del camposanto, il quale formossi a distanza dell’abitato di 50 metri (distanza però minore della prescritta) intorno alla suddetta cappella di s. Sebastiano, che però serve di oratorio.

Feste. Le particolari feste più solenni con gran frequenza di forestieri e qualche volta con lo spettacolo della corsa de’ barberi sono, per il patrono di s. Teodoro addì 9 novembre, per s. Maria Maddalena addì 22 luglio.

L’altra festa da notare è per s. Isidoro nella terza domenica di maggio, festa speciale del corpo degli agricoltori che lo venerano siccome patrono della loro arte.

Nella processione che si fa portando per le principali vie del paese il simulacro del santo vanno in schiera non solo i buoi del servigio agrario, ma anche i cavalli, a due a due, i quali in fine della medesima fanno la Vardia, che abbiam descritto in altri articoli, e offrono uno spettacolo piacevole al popolo nella corsa.

In distanza di due grosse miglia dal paese nella linea del libeccio, alla destra della valle Bubulica sopra il margine è la chiesa di s. Cristina, che vuolsi essere stata pertinenza di monaci camaldolesi di Bonarcado.

Presso la medesima vedesi una costruzione singolare in forma d’imbuto dal cui buco si scende sopra una scala conica, formata a pietre ben lavorate, come lo è pure il muro che cinge intorno la scala e figura un imbuto rovesciato. Nessuno di quanti vi sono discesi ha finora saputo spiegare a che servisse siffatta costruzione.

Nuraghi. Abbiamo altrove notato che l’altipiano del Marghine era il luogo più notevole per questa sorta di antiche costruzioni, ed ora estendiamo questo vanto anche al Gulcieri, dove sono forse in numero maggiore, come può dedursi da questo che nell’indicata superficie paulese non si trovano meno di 100 nuraghi!!

Omettendo di scrivere qui i loro nomi particolari, perchè sarebbe troppo lungo, noteremo che nessuno di tanti è intatto, ma alcuni disfatti quasi sino alla base, altri a metà, altri a un terzo, e che l’ingresso ne’ medesimi sempre incontro all’oriente invernale è così basso che non vi si può entrare se non carpone.

Sepolture de giganti. I monumenti così appellati da’ sardi e già da noi descritti altrove, sono in questo territorio in gran numero e prossimi a’ nuraghi.

Popolazioni antiche. Entro i termini del paulese furono già altre popolazioni in tempo antico, i cui nomi con quelli delle altre che esistettero ne’ territori di altri villaggi, furono indicati altrove. Ma forse a quella nota è da aggiungersi Late o Latte, nome di antico paese, col quale fu distinta la palude già indicata: il che è più probabile che quello che fu sognato da alcuni che Paule Late significhi palude di latte, per la copia che in questa regione si nutriva di bestiame.

Castello di Girapala? In sulla foce della valle del Settefonti, larga ivi un miglio, sopra un poggio sorgeva un castello e intende chi ben desidera le circostanze che il medesimo fuvvi eretto per vietare l’ingresso nella valle a quelli che venissero di là del Tirso, cioè dalle terre del Barigadu, parendomi vero che il gulcierese avesse suoi termini primitivi nella sponda del Tirso.

Non si ricorda più da’ popoli vicini il nome di questo castello; ma pare a me non possa essere altro che il castello di Girapala, del quale è menzione in un documento dell’atto di sommessione fatto da un giudice d’Arborea in sulla fine del secolo XIII al legato del Papa in un castello così nominato.

Posto, come è verisimile, che questo castello sia stato edificato nel sito indicato per il fine narrato, potrebbesi congetturare esser ciò accaduto quando nel regno arborese non valeva l’autorità d’un solo, cioè in tempi di anarchia, quando quella provincia era divisa tra diversi signori e tirannotti, poco rispettosi dell’imperio del giudice. In questo modo potrebbesi render ragione di tante castella che si trovano lungi da’ confini della provincia, le quali certamente non erano per impedire le invasioni delle genti de’ prossimi Stati.

Nella nota de’ sindaci delle università, ville, curatorie e contrade della Sardegna, che con la Giudicessa Leonora stipularono la pace col governo di Aragona, la qual nota nell’articolo Ozieri abbiam già sommariamente citata, Paule è nominata prima delle altre ville del Gulcieri (Parte cier) che erano Nurguillo, Aidu, Ruinas, Sedilo, Gulcier, Cuuri o Zuuri, Solli, Tadasuni, Usthei, Guilarzi, Urri, Sella, Borone, Domusnovas, Abbasanta; e dal primo luogo che vi occupa si può dedurre che in quel tempo primeggiasse fra le altre ville del dipartimento, come par lecito da veder nominati in primo luogo negli altri dipartimenti i luoghi che erano principali, e seggio di curatori della contrada.

Le poche memorie storiche appartenenti a questo paese il lettore le potrà vedere nell’articolo storico sopra Oristano, e nell’altro di Parte Cier.

Regia Tanca di Pauli latino.

Questo regio tenimento fu territorio di un piccolo villaggio detto Tisili.

Non si può con certezza indicare il sito dove il medesimo forse fondato, ma è verisimile che fosse là, dove anche oggidì si vedono vestigia di antichi edifizi, nel chiuso detto Cannas-mannu, presso a due notevoli sorgenti, una che si nomina Fontana de Cannas, l’altra fuor della tanca che dicesi Fontana dessa Bubulica.

Il nome di Tisili, che nessuno de’ corografi e trattatori delle antichità sarde ha notato, trovasi ancora nell’uso dei villici di Aido-maggiore, e questi, non è gran tempo, rispondevano a chi li incontrava e domandava dove fossero incamminati – Siamo comandati a Tisili – dove andavano essi e i vassalli degli altri villaggi di Parte-Cier Reale a riparare le mura della tanca, condurre i polledri della stessa su’ pascoli del campidano ecc., vantando da senno il privilegio che essi aveano per la benignità dei monarchi aragonesi di essere comandati a siffatte prestazioni!!

L’abitato di Tisili è un gruppo di case, dove alloggiavansi dodici famiglie o poco più, che vi furon chiamate per il servigio della tanca, ed eran cambiate poi con altre, e quando non era alcun bisogno della loro opera rimosse. Tra quelle case era una distanza per il direttore della R. Mandria, quando vi andasse, altra per il vice-direttore o economo, e una terza per il prete.

Nel 1781 vi fu eretta una chiesa parrocchiale sotto il patrocinio di s. Filippo apostolo, al quale si festeggia ogni anno nel primo di maggio con concorso de’ popoli vicini. Il sacerdote che vi ministra ha il titolo di rettore.

A poca distanza dall’abitato verso levante fu eretto nel 1821 un piccol camposanto.

La malattia più comune sono le febbri periodiche, le quali infieriscono nell’estate e nell’autunno. I fanciulli in conseguenza delle medesime crescono cachetici, iterici, malati ne’ visceri addominali sino all’epoca della pubertà, nella quale l’organismo si rinforza, ed essi cangiatisi affatto appajono pieni di vita e di brio. Ma non tutti giungono a questo punto di salvezza.

Abbiam notato il numero delle famiglie, e or diremo il numero di anime che soleano abitarvi, le quali rare volte eran più di 50.

Il clima di questa regione è umidissimo nell’inverno per le frequenti pioggie che vi stagnano in molte paludette, e per il nevazzo che talvolta la ricopre per molti giorni.

I venti che vi dominano sono i ponenti-maestri e pure la tramontana, senza la influenza de’ quali l’aria di questo luogo basso sarebbe molto più maligna per i miasmi stagnanti. Sarebbesi potuto rimediare in gran parte, se fosse stata più intelligenza in quelli che ordinarono in principio le cose, e potrebbesi fare che non fosse più quel cielo infettato da alcun miasma. Quando io vidi il luogo dovetti riconoscere quanto fosse malsano; ma non potei tenermi di dire, che esso era maligno non per causa della natura, ma per sola stupidità degli uomini.

Questo territorio ha di lunghezza un miglio e mezzo, e due terzi di larghezza compensata, perchè la sua superficie è di un miglio e mezzo circa, o di starelli 1275.

Cinto in tutto il perimetro da un muro a secco è diviso in simil modo in 28 aree ed ha il casale presso i confini a settentrione.

Esso è atto ad ogni genere di cultura, e riceve tanta semenza di grano e orzo, quanta vuolsi per il bisogno: e soleva essere la seminagione di starelli di grano 40, d’orzo 80, di granone 6, di fave 10, di legumi 6, la produzione comune dell’8 per uno.

La vite vi prospererebbe, e non pertanto manca la vigna.

L’olivo selvatico vegeta mirabilmente e fruttifica in tanta copia che sarebbe un lucro cospicuo a raccogliere le coccole e macinarle; e non pertanto si lascian cadere e corrompersi.

Tra gli olivastri sono molti peri selvatici, quercie e soveri, piante tutte annose e di gran lusso di rami e fronde, siccome quelle che non patirono offesa da’ pastori difese come sono dalle mura della cinta. Tutti questi vegetabili se fossero raccolti in selva ingombrerebbero per lo meno il terzo dell’area totale del latifondo.

Tra le molte erbe che vi nascono è a notare la robbia tintoria che trovasi in gran copia lungo le mura esterne e interne.

È considerevole la quantità de’ pascoli che produce il suolo, ma per essere il territorio nella stagione invernale soggetto a frequenti inondazioni è più conveniente alla specie vaccina che alla equina.

Vi si allevarono cavalli e vacche ne’ tempi che i sovrani di Aragona, e Castiglia, e poi i re di Sardegna, vollero trar profitto da questa tanca; ma quasi sempre con poco profitto, anzi con perdita, e per la mala fede,

o per la negligenza, o per la ignoranza di quelli che eran preposti al governo dello stabilimento.

Quando la famiglia Reale soggiornò nel regno prendea da questo stabilimento i cavalli per le carrozze, ed era ben servita perchè gli animali aveano tutte le qualità de’ cavalli sardi di razza nobile ed una notevole corporatura.

Nel 1823 riorganizzavasi questo stabilimento e vi si introducevano tori e vacche di Svizzera, e di Sicilia, e di stalloni di Barberia. Il numero delle cavalle madri era di un centinajo circa, e quello delle vacche poco men che tanto.

Nella stagione invernale vengono in questo territorio grande stormi di beccaccie e beccaccini: i daini vi sono in gran numero, e nella stagion delle ghiande vi si trovano pure de’ cinghiali. Qualche volta si fa la gran caccia; più spesso quella particolare che dicesi a cuadorju o a orivettu.

La tanca è traversata dal rio descritto di Sette fonti, che vi si divide in due rami, uno de’ quali prosegue verso austro, l’altro volgesi a sinistra. In uno ed altro prendonsi ottime anguille e qualche trota. I medesimi si riuniscono dopo circa quattro miglia di corso, quasi al levante di Pauli, in distanza di miglia 2 1/2.

Sorge presso l’abitato una copiosa fonte perenne, che somministra all’uopo delle famiglie e sparge il rimanente umore sopra un piano leggermente inclinato quanto nuoccia alla salubrità dell’aria, e quanto finalmente si potrebbe togliere.

Un’altra fonte detta di Cannas a distanza di mezzo miglio in copia minore, ma parimente dispergendo le acque, forma un altro pantano presso il lato della tanca che è prossimo alle vigne di Abbasanta.

Ho detto che i preposti al governo di questa mandria mancavano di intelligenza e peccavano di negligenza, e vedesi la prova nel dissipamento di queste acque sopra un terreno che sarebbesi potuto formare a prato e produrre copia di fieno, se quei governatori avessero saputo quel che era mestieri di sapere secondo la loro qualità o non avessero voluto farei propri interessi anzi che quelli del Sovrano.

Vuolsi un’altra prova dell’incuria di quei governatori? Sull’ingresso dello stabilimento e nell’abitazione non è l’arma del Re di Sardegna, che vi si vede, ma quella che il Re di Spagna vi fece porre nel 1601.

Entro la cinta di questo luogo sono due soli nuraghi, e quello di essi, che è a levante dell’abitazione è per metà disfatto.

Ne’ tempi che la mandria era in attività vi si mandava un delegato ed uno scrivano per far ragione a’ pochi uomini di servigio che abbiamo indicato.

Su questa tanca occorse altrove di parlare e si riferirono le pretese de’ quattro comuni di Parte Cier Reale per rientrare nella possessione delle terre chiuse, quando fu dimessa l’educazione delle vacche e cavalle; ma le pretese furono inefficaci o il luogo continuò ad appartenere alla corona.

In tempo antico erano in Sardegna molti di siffatti stabilimenti, e i più di essi nella Gallura superiore a profitto del comune di Pisa, i quali cessarono nell’occupazione degli aragonesi. In seguito i sovrani di Aragona stabilirono questa mandria nel territorio di Tisi-li, che più volte dismisero e ripresero, or per il nessun profitto, or per la speranza di vantaggio in una novella organizzazione, come avvenne poi quando il dominio dell’isola passò nella R. casa di Savoja.

Presentemente questa tanca è tenuta in appalto da un signore di s. Lussurgiu.

Essendosi già da alcuni anni un’altra volta dimessa or non è in Sardegna nessuna mandria per allevarvi la razza equina già che nè anche in quella di Padrumannu si pratica più questa cultura e la specie degradasi di giorno in giorno.

Egli è per questo che il governo deve comprare d’altronde i cavalli necessari per la rimonta. Non è a dire che la degradazione porti la negazione della robustezza degli animali; essendo sempre i cavalli sardi arditi, forti, sofferenti della fatica, della fame e della sete, e quasi instancabili, come li hanno provati i francesi nella guerra d’Algeria contro Abdel-Kader, che si dissero contentissimi del loro buon servigio in paragone degli altri, che hanno miglior apparenza; ma non si può negare, che un reggimento montato sopra cavalli sardi non è bien imposant. Se il governo mal servito non vuole più continuar questa cura credo potrebbe con speranza di gran lucro subentrare una società di azionisti, ponendo un sistema ben pensato, e vegliando perchè tutto procedesse regolarmente.

In questo modo dopo pochi anni potrebbonsi porre in vendita ottimi stalloni, otterrebbesi un cospicuo profitto sul capitale, e gli azionisti sarebbero benemeriti di aver contribuito a rilevare la razza sarda de’ cavalli.

Questa benemerenza sarebbe ancora maggiore se comprendessero nel loro piano le vacche e le pecore per migliorarne la razza e i prodotti, e formassero una mandria modello, dove i giovani pastori potessero imparare il governo del bestiame, la manipolazione de’ formaggi ecc., non escluse le principali nozioni veterinarie. Oh! Se alcuno mi ascoltasse! Se i signori sardi e i ricchi proprietari volessero far la indicata società. Ma forse io parlo a sordi.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Paulilatino
17 Gennaio: Sant'Antonio abate
20 Gennaio: San Sebastiano
Maggio: Santa Cristina
martedì dopo Pentecoste: Nostra Signora d'Itria
13 Giugno: Sant'Antonio da Padova
24 Giugno: San Giovanni Battista
22 Luglio: Santa Maria Maddalena
1° domenica di Settembre: San Costantino
Ottobre: San Serafino.